Da Parigi, En Français, In Italiano, Stampa

Parigi, passando dal Marocco e dall’Iraq

DSC02813

In questo articolo per Cafébabel in italiano, en français, la testimonianza di due giornalisti rifugiati a Parigi.

Annunci
Da Parigi, In Italiano

Livres dans le métro

20170403_135452

Dopo Londra e NYC, i libri in metropolitana sono atterrati anche a Parigi. Un’iniziativa in realtà partita abbastanza in sordina, forse fatta per puro spirito di imitazione e per non essere “i soli a non aderire”, ma che in ogni caso resta una trovata interessante.

Scoprire per puro caso, quando distrattamente si attende il treno in stazione, un libro sconosciuto e solitario che vi attira come se vi stesse chiamando, è un’esperienza che trovo stimolante. Poi quando si è una lettrice come me, che ha sempre voglia di scovare il libro di cui non ha mai sentito parlare, alla ricerca di quelle pagine che la stupiranno, non c’è nulla di più immaginativo che imbattersi in una bella copertina con l’invito a “trovare, leggere, condividere”.

L’iniziativa dicevo è partita un po’ sotto tono perché in realtà Parigi è una città in cui si legge molto, e in metropolitana non è affatto raro imbattersi in lettori che dimenticano anche di scendere alla fermata stabilita perché immersi nella lettura. Ma quando un libro lo si incontra in metropolitana senza averlo scelto in libreria e senza averlo pagato, questo acquista già per la sua sola esistenza tutto il rispetto che gli si deve e l’invito alla lettura diventa quindi irresistibile.

Mi ritrovo così a leggere libri che non avrei mai scelto in libreria, che apprezzerò o meno, ma che in ogni caso mi avranno trasmesso qualcosa di loro senza chiedere nulla in cambio, strappandomi la sola promessa di essere alla fine abbandonati su di una sedia lungo i binari della metropolitana, in attesa di un nuovo lettore e di una nuova storia.

Da Parigi, In Italiano, Video

La banda dei 4 Keus

Non avevo più sentito parlare di loro e a distanza di due anni sembra che nessun progresso sia stato fatto in merito alla comprensione del fenomeno. Anzi, il tutto sembra essersi complicato ancora di più. Parlo dei 4 Keus, una gang di giovanissimi (in media 15 anni) che, nata nella cité de 4000, un quartiere dormitorio de La Courneuve, nella periferia nord di Parigi, da anni “semina il terrore” nelle strade preoccupando i vari servizi amministrativi e repressivi del dipartimento. Ne avevo sentito parlare per la prima volta due anni fa, ed oggi questo nome torna, legato ancora una volta a fenomeni di violenza di cui questi ragazzi, in un modo o nell’altro, sarebbero responsabili. Anche se in via ufficiale continua a non sapersi assolutamente nulla di loro. Già questo è il primo punto oscuro di tutta la vicenda.

Chi sono è difficile da stabilire. Difficile entrare nella cité, difficile carpire informazioni e fare domande in zone in cui la legge non è quella che si legge nei tribunali.

Grazie ad un finanziamento strappato allo stesso Comune di residenza che tanto li teme, i ragazzi sono riusciti a girare dei clip che circolano liberamente su youtube, come questo per esempio:

Keus è una parola che viene dal verlan e significa “sacco”. Quattro sacchi di denaro, di droga? Mettere nel sacco? Nessuno lo ha mai chiesto direttamente a quei ragazzi, quindi è difficile dire cosa significhi. Si dice siano tra i 40 e i 50, nessuna ragazza tra di loro, nessuna religione, stesso Paese d’origine l’Africa centrale. I 4 Keus sono i padroni assoluti del territorio senza dio né leggi che è la cité de 4000, mostro urbanistico creato negli anni ’50 e che dagli anni ’80 si cerca di rimodellare, anche se forse i danni sono troppo gravi e profondi per essere superati come una pennellata di bianco sul nero.

Come scrivevo all’inizio di questo post, ancora oggi si è tornati a parlare di loro e a puntare il dito contro quelle banlieues di cui si fa sempre finta di non sapere/non capire/non avere gli strumenti per analizzare/capire/guarire. Intanto la miseria continua, prolifica, si infittisce e i responsabili sembrano essere gli stessi che la miseria la subiscono.

Da Parigi, In Italiano

Quando vai a vedere Frantz in un caldo pomeriggio di settembre

frantz-tt-width-604-height-402-crop-0-bgcolor-000000-nozoom_default-1-lazyload-0

La lunga fila d’attesa ha quasi dell’inverosimile, considerando la bella giornata di sole e il fatto che si tratti per la maggioranza dei francesi dell’ultimo fine settimana libero dopo le ferie estive. Eppure a vedere Frantz  ci sono tantissime persone, soprattutto adulti e anziani, che calme e silenziose si mettono in coda sotto la luce di un incredibilmente caldo settembre.

Interessante Frantz, per nulla scontato o banale. Bella l’alternanza tra il bianco e nero e il colore, centrata la scelta degli attori protagonisti e buono il ritmo della successione dei fatti.

Mi ha però fatto anche molto sorridere perché, guardando il film con un occhio più critico, quello della “migrante italiana che da quasi dieci anni vive a Parigi e ha a che fare con una mentalità che non sempre la convince”, ho trovato molti cliché sui francesi divertenti, sfumati, nascosti, non voluti o, al contrario, ricercati.

A chi non ha visto il film e conta di vederlo sconsiglio di continuare la lettura di questo post. Non che io sveli chissà che cosa, ma io intanto avverto, eh.

curtain-1275200_1280

Già la scelta del protagonista francese (anche sulla protagonista tedesca ci sarebbe da dire, ma non ho la pretesa di conoscere i tedeschi tanto quanto io pretenda di conoscere i francesi) è un cliché in sé. Nasuto, occhio schivo, magro come un chiodo, profondamente snob e egoista (il protagonista, non l’attore, eh). Frutto della mente del regista – che solo francese poteva essere – è l’idea di creare un personaggio che, pur essendo il responsabile diretto dei mali di una famiglia intera, ha la pretesa e rivendica il diritto al perdono e alla comprensione come atto dovuto. Quando Adrien torna in Francia dove va a sfogare il tormento che lo aveva quasi portato al suicidio? Ovviamente nel castello di famiglia in provincia, dove, per dimenticare i suoi peccati, inganna il tempo con lunghe passeggiate a cavallo. Facile no? E quando poi la bella e dolce tedesca si mette alla sua ricerca ovviamente scopre che il derelitto è felicemente fidanzato da tempo immemore e la sua promessa non è neanche una stupida. Anche l’arrivo di Anna a Parigi ricalca il cliché: in realtà il suo fidanzato alloggiava in un hotel di quelli in cui le stanze si affittano ad ore e il famoso quadro “dell’uomo con la testa all’indietro” non aveva nulla di gaio ma si trattava in realtà de Le suicidé di Manet…

In Frantz la Francia è riassunta in due parole: sesso e psicodramma. Il quadro che ne esce non si discosta molto dalla realtà, credetemi.

Mi ha fatto molto sorridere rendermi conto di questi dettagli nelle stesso momento in cui stavo apprezzando il valore puramente cinematografico del film, al di là del mio personalissimo punto di vista sulla Francia e i francesi. Da vedere, che si sia pur o contro gli arrogantissimi cugini.

Da Parigi, In Italiano

Urban sax

DSC02128

DSC02130

Ci sono finita un po’ per caso. In una fredda domenica di fine maggio, abbacchiata dopo un sabato di festa, non mi aspettavo di essere confrontata per la prima volta a delle sensazioni sconosciute, come i bambini quando incontrano per la prima volta il mare. A Les Frigos era la giornata delle “porte aperte”, tanti curiosi in giro e un vocio insistente “urban sax… urban sax… urban sax”. Per caso mi sono ritrovata proprio davanti la sala del concerto, prima di tutti gli altri, in attesa che le porte si aprissero e mentre dietro di me si accumulava una folla che non sarebbe riuscita ad entrare per mancanza di spazio.

Nella saletta grande per appena una trentina di persone sono entrata nella totale inconsapevolezza di quello a cui stavo andando incontro. Aria, pieno-vuoto, suoni profondi, vicini-lontani, luci e colori, spazio-finito. Per una ventina di minuti sono stata ingabbiata in uno spettacolo del collettivo Urban Sax e tutta la mia vita, i miei obblighi e i miei doveri sono rimasti fuori dalla sala del concerto.

Non so se su di me lo spettacolo ha fatto talmente effetto perché non ero preparata e non sapevo cosa attendere o se si tratta davvero di una performance dirompente. Protendo per quest’ultima ipotesi. L’extra-sensorialità provocata dalla sollecitazione principalmente del suono è stata per me un’esperienza completamente nuova che consiglio davvero a tutti di provare, almeno una volta nella vita. Intensità senza mediazione. Ho avuto anche paura, paura sapendo di non correre alcun rischio, sensazione pura.

Quando sono uscita dalla sala tutti i pori della pelle erano sollecitati e attivi, eppure nessuno mi aveva sfiorata, se non con un’energia invisibile che, a distanza di ore, sollecitava ancora tutta la mia immaginazione.